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L'occupazione dell'Armellini del '75: dal diritto allo studio alla lotta di classe. Storia di un movimento.

Dagli anni '70 al Berlusconismo. Gli anni caldissimi della politica italiana attraverso i ricordi di due attivisti di Lotta Continua.

Armellini occupato
Armellini occupato

Roma - 8News.it ha fatto un salto nella storia più recente del nostro paese e della nostra citta per cercare di capirla meglio. Ha fatto un viaggio lungo trent'anni attraversando piazze, scuole, movimenti studenteschi e fabbriche occupate. A guidarci, due ex militanti di Lotta Continua, cresciuti nelle assemblee dello storico Istituto Tecnico Industriale Giuseppe Armellini. Siamo partiti dal 1975, anno dell'occupazione dell'Armellini, per poi ricostruire il clima politico in cui si viveva, si studiava, si faceva politica. Siamo negli anni in cui a fare da padrona è la Democrazia Cristiana, con il IV governo Moro, la coalizione è DC-PRI e il Presidente della Repubblica è Giovanni Leone. 

L'Occupazione dell'Armellini, è un'occupazione di cui poco si parla ma che fu molto importante e significativa in quegli anni. Ci descrivete il clima politico ?

L'occupazione dell'Armellini si inserisce in un clima estremamente pesante; è un periodo di grande conflittualità, le iniziative di quell'anno furono caratterizzate dall'antifascismo. Il 15 aprile, un fascista di Avanguardia nazionale uccide il compagno Claudio Varalli del Movimento studentesco. Milano viene invasa da cortei di decine di migliaia di compagni che si scontrano con le forze dell’ordine e le impegnano come mai si era visto prima. E’ durante questi scontri che viene assassinato Giannino Ribecchi, leader dei Comitati antifascisti milanesi, investito da un camion dei carabinieri lanciato a folle velocità contro i manifestanti. A Torino Tonino Miccichè, dirigente di Lotta continua, viene ucciso da un poliziotto privato attivista della Cisnal. A Firenze Rodolfo Boschi, militante del PCI, viene ucciso dalla polizia durante una manifestazione antifascista. A Roma, viene gravemente ferito Sirio Paccino durante una manifestazione nei pressi di una sede del MSI. Milano viene messo a ferro e fuoco e subito dopo, quello stesso mese, venne approvata la famigerata Legge Reale che militarizzava le piazze e poneva una serie di divieti come l'impossibilità di partecipare alle manifestazioni con il viso coperto, l'uso di armi improprie (all'epoca si usavano uno di quei portabandiera molto pesanti e che noi usavamo per autodifesa) le bottiglie Molotov vennero riqualificate da materiale incendiario a materiale esplosivo per cui veniva considerata arma da guerra e la pena poteva arrivare fino a 10 anni. A tutto questo si aggiunge l'arresto preventivo con le 72 ore senza avvisare l'autorità giudiziaria. La cosa peggiorò a Settembre a seguito dei fatti del Circeo che provocarono un ulteriore appesantimento del clima nella gestione della piazza e di tutta la città. Per la prima volta fu organizzata una manifestazione ai Parioli, cosa che non era mai accaduta. Non era mai accaduto che ci fosse una manifestazione extraparlamentare antifascista così partecipata e compatta.

 In tutto questo Antifascismo, il Pci che ruolo aveva?

Questo tipo di impegno antifascista non era nelle sue corde, con l'alibi del rifiuto della violenza, si rinchiudevano nelle sedi. Secondo loro l'antifascismo si praticava nelle aule parlamentari e non nella difesa del territorio. Tant'è che nel Maggio del '75, quando ammazzarono un militante del PCI, loro non fecero niente se non una protesta parlamentare.

Siamo nel 1975 e Roma, poi lo vedremo, è ben definita. Partiti a parte, quali le forze politiche in campo?

Direi solo la sinistra extraparlamentare, perché Autonomia Operaia nel '75 era agli albori. C'era Lotta Continua, Il Manifesto, Avanguardia Operaia. Queste erano tutte organizzazioni che maturavano dal movimento studentesco del '68, movimento che si era poi organizzato nella sinistra extra parlamentare.

In questo clima voi come Istituto che ruolo avete avuto?

Noi come Armellini riuscimmo a dar vita a una mobilitazione per il diritto allo studio e per la garanzia di un futuro a chi era un predestinato al fallimento; predestinato al fallimento perché l'Armellini era un Istituto tecnico industriale dove ancora si insegnava aggiustaggio e ci facevano fare parallelepipedi perfetti con la lima oppure ci facevano usare il tornio in una società che era già postindustriale ma soprattutto in una città priva di fabbriche. Il corso di informatica era appena nato e aveva sostituito quello di ottica, si affacciava l'informatica nelle scuole, per il resto elettrotecnica e meccanica con prospettive zero. Noi organizzammo un qualcosa che di rivoluzionario non aveva nulla, era un'azione estremamente riformistica, per il diritto alla vita e allo studio. Chiedevamo di fare dei gruppi di studio e di potere studiare su dei testi alternativi poiché avevamo dei testi "ottocenteschi". Furono cinque giorni di vita collettiva ben riusciti, non eravamo soli.

Fu una delle prime occupazioni, dopo il '68 ma comunque prima del '77: l'Armellini è nel centro del quartiere San Paolo, come eravate visti dal territorio? E' stato un quartiere ostile o complice?

Ostile no. Certo notavi una differenza tra Garbatella e San Paolo. A Garbatella giocavi in casa, ma anche San Paolo e Viale Marconi erano diversi da come sono oggi. A Viale Marconi c'era una fabbrichetta e a San Paolo come Lotta Continua intervenivamo presso il deposito dell'Atac, quindi comunque il territorio lo vivevamo. Gli studenti dell'Istituto poi partecipavano alla vita del quartiere, si muovevano, non stavano solo chiusi a scuola; soprattutto per questo l'Armellini divenne presto la punta di diamante nella zona, la roccaforte del movimento studentesco. Era la volante rossa del quartiere.

Rimase un fenomeno isolato o si espanse?

No, l'Armellini rimase un fenomeno isolato, molto invidiato ma isolato.

Sempre parlando di territori, c'erano quartieri in cui non mettevate piede?

Erano altri tempi come c'era la Guerra fredda e il mondo era diviso, così c’era una sorta di  “Belfastizzazione” di Roma. La città era diventata un territorio a zone d’influenza, per cui noi non potevamo transitare in zone presidiate dai fascisti e naturalmente la cosa era felicemente reciproca. A Garbatella loro erano asserragliati a Guendalina Borghese e non uscivano mai.

E in un attimo si passa da un'occupazione per il diritto allo studio a una scelta di vita: i ragazzi dell'Armellini continuano a militare nelle organizzazioni nate dal movimento studentesco e ad essere attivi nel sociale. E' il 1977.
Il Manifesto scrisse che Lotta Continua era più uno stato d'animo che un'organizzazione. Perchè?

Questa fu la battuta che fece il manifesto su Lotta Continua perché noi eravamo i meno ortodossi: Avanguardia Operaia era Marxista Leninista, il Manifesto veniva dal Pci e non poteva essere da meno, noi invece non avevamo il simbolo della falce e martello ma avevamo solo un pugnetto alzato. Noi abbiamo  provato ad andare oltre, a intervenire dove nessuno andava a cercare: siamo intervenuti per primi nelle carceri, ci siamo occupati di sottoproletariato e non solo di operaio classico, insomma cercavamo di essere presente là dove non c'era il Pci e dove non c'era nessun altro. Eravamo ben radicati sul territorio ma sempre stando all'interno del movimento. Venuto a mancare il movimento per i motivi già detti, anche noi abbiamo fatto le nostre scelte: abbiamo provato a scioglierci con dignità. Nel Dicembre del '76 il secondo congresso di Lotta Continua ne sancisce lo scioglimento. A Roma rimase il giornale che ebbe una funzione di raccordo e di mantenimento delle genti di Lotta Continua. Poi con il '78 tutto finì.

due episodi ricordiamo come importanti in quegli ultimi anni. Nel marzo del 1977 ci fu una grande manifestazione, a Ponte Margherita: gli autonomi attaccarono Piazza del Gesù senza concordarlo, assaltarono un'armeria presero tutto e lo usarono. La polizia fece una retata a Castro Pretorio, prendendo persone che stavano andando a Termini, mise tutti dentro le palestre gettando lacrimogeni. A guidare l'operazione fu Imposimato. L'altro avvenimento importante fu la manifestszione di Torino per la Fiat: 40.000 persone. Partecipò anche Berlinguer. La sera stessa Fiat e parti sociali firmano 70.000 lettere di licenziamento. Una sconfitta clamorosa del Sindacato e del Movimento Operaio

Cosa cambia nelle vostre vite con la fine del '78. Fallisce un'idea di altro mondo possibile o è solo la fine di una generazione?

Si deve pensare a quegli anni come ad anni di assemblee, di riunioni, di militanza "36 ore su 24": per noi esisteva l'organizzazione, era un assorbimento totalizzante. Ogni sabato a Roma era indetta una manifestazione, per qualsiasi cosa, e quando ti rendi conto di conoscere il 90% delle persone presenti alle manifestazioni perché ci hai condiviso un pezzo di strada insieme che è durato anni, allora poi, quando finisce tutto questo, quando ti si frantuma tutto in mano per una tua incapacità di interpretare e capire le esigenze e i cambiamenti della società (un esempio su tutti il femminismo) allora succede che ti senti vuoto. Non siamo più stati in grado di stare al passo con i tempi. Alcuni compagni hanno continuato a vedersi, altri hanno vissuto un vero e proprio dramma: si sono trovati senza niente. Quello fu il periodo in cui era molto facile trovare droghe pesante nei quartieri. Molti sono passati in pochissimo tempo dalla cannabis all’eroina.

La sconfitta di tutto un mondo e l'avanzata della destra

Dal punto di vista strettamente politico c'è stata una tenaglia, sia dal punto di vista culturale che da un punto di vista militare. Da un punto di vista militare avevano alzato talmente tanto il livello dello scontro che le piazze erano inagibili: o accettavi quel livello o, se non volevi sparare, non avevi più strumenti. La stragrande maggioranza del movimento non ha accettato quel livello. C'era anche un mutamento della società, al di là di questa contraddizione lacerante che era la lotta armata che impediva di esprimerti, c'erano delle remore, una riottosità alla condanna tout court del fenomeno della lotta armata. Dall’altra parte, quella più squisitamente culturale, il cambiamento dei rapporti sociali, la fine dell'operaio massa e l'aumento dei giovani disoccupati, le contraddizioni che con il  '77 stavano emergendo. Gli anni 80 hanno visto il nostro totale capovolgimento e quindi la nostra sconfitta e l'avanzata dei valori di una destra liberista con la Milano da bere , il Craxismo, il Berlusconismo, la fine della solidarietà e la fine del concetto di classe, e tutti devono diventare ricchi: "compagni cinesi non è più un delitto arricchirsi". Tutti i nostri paradigmi erano saltati. Tutto quello in cui per quindici anni avevamo lottato: un mondo nuovo, dei valori con dei riferimenti è saltato tutto quanto. Il mondo reale non era solo quello brutto che noi avevamo denunciato da sempre: il Socialismo reale, ma c'era anche un altro mondo reale, che non era bello, al quale noi avevamo creduto e avevamo affidato le nostre coscienze e le nostre vite, lì ti casca il mondo addosso. Questo per i massimi sistemi. Nel nostro piccolo, nel momento in cui il collante della passione politica e dell'organizzazione è cessato e i rapporti umani sono morti, ognuno ha preso la sua strada, la delusione ha condotto alla frantumazione dei rapporti interpersonali e si è creato tutto quel disastro, quella macelleria umana, che ha portato alla disgregazione dei gruppi e delle comunità, tutto questo ha portato all'eroina. Furono anni drammatici, è stata una caduta direi quasi sanguinaria, che ha comportato moltissimi lutti. Le morti per droga erano negli anni '80 all'ordine del giorno. D'improvviso, nel giro di un decennio, sono saltate tutte le certezze e sono venute fuori tutte le debolezze umane, che hanno visto taluni rifugiarsi nel successo personale, talaltri invece, i meno fortunati, rifugiarsi nelle doghe.

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Commenti           

inviato da: Paolo
13 luglio 2013 22:35
Intervista dal sapore nostalgico e dai mille spunti per il presente. Grazie 8news.it!
 
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